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Pensieri a briglie sciolte

Non sono fotogenico

È una frase che un fotografo può sentirsi dire spesso. «Io non vengo bene in fotografia.»

A volte viene detta ridendo. Altre volte con una convinzione tale da sembrare una sentenza definitiva.

Ma che cosa significa davvero essere fotogenici?

Significa avere un viso simmetrico? Conoscere la propria angolazione migliore? Saper assumere una posa senza sentirsi a disagio?

O significa semplicemente avere imparato a riconoscersi nelle fotografie?

Quando guardiamo un’immagine di noi stessi, spesso non osserviamo la fotografia nel suo insieme. Cerchiamo immediatamente quello che non ci piace.

Un dettaglio del viso, un’espressione insolita, qualcosa che secondo noi sarebbe dovuto apparire diverso.

Il fotografo, invece, ha la possibilità di osservare da un altro punto di vista.

Non conosce necessariamente tutte le insicurezze della persona che ha davanti. Può vedere un’espressione forte dove il soggetto vede un difetto, oppure trovare interessante un particolare che normalmente qualcuno tenterebbe di nascondere.

Questo non significa che tutte le fotografie siano riuscite, né che basti premere un pulsante per ottenere un buon ritratto.

La luce conta. L’inquadratura conta. Conta saper guidare una persona senza trasformarla in un manichino.

Ma conta anche il clima che si crea durante una sessione.

Essere fotografati significa, in qualche misura, affidare la propria immagine a qualcun altro. Ed è una responsabilità che non dovrebbe essere sottovalutata.

Non so se riuscirò sempre a far piacere a una persona ogni suo ritratto. Sarebbe una promessa assurda.

Vorrei però che chi si trova davanti al mio obiettivo non si sentisse costretto a interpretare un personaggio.

Perché una buona fotografia non deve necessariamente dimostrare quanto siamo belli. A volte può semplicemente mostrarci qualcosa di noi che non avevamo ancora osservato.